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Il doppio binario morto del decreto sul lavoro

Antonio Lenzi*, 06.05.2023



Commenti I nuclei “non occupabili” sono famiglie con almeno un figlio, un disabile o un

over 60 e gli viene negato un collegamento al lavoro affidandoli in blocco ai servizi sociali

dei Comuni. Le persone “occupabili” non hanno percorsi di formazione specifici

Il decreto sul lavoro del governo Meloni poteva essere un’occasione straordinaria per la

destra. Mentre si cacciano gli scafisti per tutto il globo terracqueo e si cerca di far

dimenticare il blocco navale, tra i provvedimenti del nuovo decreto, il superamento del

Reddito di Cittadinanza, poteva essere l’argomento perfetto per marcare una profonda

differenza rispetto agli esecutivi precedenti. Sia il governo Conte II che quello Draghi,

infatti, non erano stati capaci di affrontare in maniera compiuta l’argomento. Si era avviato

il piano di potenziamento dei Centri per l’Impiego ma molte Regioni non avevano dato

seguito alle assunzioni previste; si erano prorogati i Navigator ma senza alcun disegno

strategico; si era commissariata Anpal che doveva essere il network attraverso cui

coordinare il nuovo programma per le politiche attive Gol (Garanzia Occupabilità Lavoratori)

contenuto nel Pnrr ma con scarsi risultati; si era istituto il Comitato di Valutazione sul

Reddito di Cittadinanza presieduto da Chiara Saraceno ma poi non si era dato alcun

seguito; ancor meno era stato fatto sul fronte della formazione dove il meridione è il grande

assente e anche gli altri territori scontano forti ritardi.

Il governo Meloni poteva farsi carico di questi problemi e dimostrare che la destra

era capace di trovare soluzioni strutturali. Poteva sfruttare la maggioranza schiacciante

nella Conferenza Stato-Regioni per mettere un po’ di ordine ad una materia come quella

delle politiche attive che conosce disomogeneità rilevanti sui territori. Poteva, insomma,

mostrare lungimiranza, quasi un’eresia nel panorama politico italiano, dicendo al Paese che

per vedere risultati apprezzabili in materia di contrasto alla povertà e reinserimento

lavorativo, non esistono applicativi magici ma solo un lungo lavoro di pazienza e costanza.

Ovviamente non è successo nulla di tutto questo. L’unica visione strategica mostrata

dal governo è stata: quanto posso risparmiare sul Reddito di Cittadinanza per fare cassa?

Da una parte si è deciso, in maniera piuttosto singolare ed estremamente rigida, chi fossero

i nuclei “non occupabili” e chi, invece, gli “occupabili”. I primi sono le famiglie con almeno

un figlio, un disabile o un over 60 e viene loro negato un collegamento al mondo del lavoro

affidandoli in blocco ai servizi sociali dei Comuni; gli “occupabili” invece, potranno usufruire

di un contributo, nettamente minore, solo se frequenteranno un percorso formativo (non è

ancora chiaro se scuola e università rientreranno in questa fattispecie).

Non si è avuta la premura di consultare i dati Anpal e Inps che raccontano la platea

del Reddito di Cittadinanza: il 70% dei beneficiari hanno un livello di scolarizzazione molto

bassa, terza media o quinta elementare, non hanno lavorato, se non per brevissimi periodi,

negli ultimi 3 anni e quando lo hanno fatto è sempre stato in settori a bassa professionalità.

Inoltre spesso hanno grosse lacune digitali e non possiedono alcun mezzo di trasporto.

Non ci si è preoccupati di costruire dei percorsi di formazione specifici per i

soggetti “occupabili” che in molti territori, di fatto, hanno un’offerta a disposizione

scarsamente professionalizzante e di durata estremamente ridotta. Non si è intervenuti

minimamente nei confronti delle politiche attive del lavoro né si sono rilanciati i Centri per

l’Impiego né si è previsto un percorso per i Navigator frattanto rimasti senza lavoro.

In compenso si è pensato all’ennesima nuova piattaforma centralizzata per l’incrocio

domanda-offerta prevista fin dal 2015, riportata in auge dal Conte I grazie all’intervento del

docente Parisi dal Mississipi e mai realizzata. È facile credere che neanche stavolta vedrà la

luce e se realizzata non sarà in grado di superare la frammentarietà regionale rimanendo

un guscio vuoto.

Non è poi chiaro come, gli utenti con le caratteristiche sopra descritte, possano

autoprofilarsi attraverso questo strumento.

L’aspetto più sconcertante, però, sono le tempistiche del provvedimento: gli

“occupabili” perderanno il sussidio da luglio di quest’anno e, nell’ipotesi seguano un

percorso formativo, potranno usufruirne per soli 12 mesi. Finito questo periodo, con o senza

un lavoro, vengono lasciati a sé stessi.

I “non occupabili” invece potranno chiedere il nuovo Reddito per 18 mesi con un’

eventuale proroga di altri 12. Dopodiché verranno abbandonati, come se, dopo 40 mesi,

una famiglia con un disabile vede quest’ultimo guarito o un over 60 di colpo ringiovanito.

Era difficile deludere qualsiasi aspettativa e rendere ancora più precaria l’esistenza di chi

già vive una condizione di emarginazione. L’attuale governo c’è riuscito istigando un popolo

rabbioso per cui la povertà è una colpa che va punita. Ed è questa la battaglia culturale più

importante che purtroppo la destra ha vinto. Un salto indietro di cui il Paese non aveva

bisogno.


*Socio fondatore A.N.NA. (Associazione Nazionale Navigator)

© 2023 il manifesto – copia esclusivamente per uso personale –


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