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ANALISI E PROPOSTE. UN PROCEDIMENTO INFERENZIALE APPLICATO AL MERCATO DEL LAVORO.


Perché sono necessari degli interventi, da parte delle istituzioni pubbliche, che incidano sulle opportunità occupazionali degli individui?


Le trasformazioni dell’economia contemporanea (con la progressiva crescita del terziario avanzato e la contemporanea riduzione di opportunità occupazionali nei settori tradizionali) e le innovazioni tecniche ed organizzative (indispensabili in un contesto economico estremamente globalizzato e competitivo) hanno determinato dei cambiamenti sempre più profondi che – forse anche per via di una ricchezza tangibile mai vista prima che consente politiche redistributive del reddito, le quali fortunatamente frenano la diffusione delle più estreme forme di deprivazione materiale – hanno reso la ricerca del lavoro un problema sempre più grave.

Seppure una parte di coloro che ufficialmente appaiono non occupati in realtà svolgono certamente lavori in nero cercando di sbarcare il lunario, occorre d’altra parte rimarcare che questa loro situazione irregolare generalmente determina che - vivendo in una condizione di persistente illegalità - siano pagati poco e siano più esposti ad incidenti, alla perdita del lavoro ed alla collusione con organizzazioni criminali.


Al di là del fenomeno del Lavoro Nero, nella nostra società contemporanea non avere un impiego lavorativo stabile determina una condizione economica disagiata; ed una disoccupazione di lunga durata generalmente non solo acuisce il rischio di esclusione sociale (dovuta ad una riduzione di opportunità di rapporti interpersonali) e di perdita di ruolo sociale (dunque di rispetto da parte degli altri, con conseguente ripercussione sull’autostima), ma determina pure una progressiva riduzione delle competenze e conoscenze professionali, pregiudicando ulteriormente le opportunità di trovare un lavoro, per via del mancato utilizzo delle proprie capacità lavorative e della perdita di abitudine a scandire il tempo nelle attività quotidiane.

In una società che promuove come valori la ricchezza e lo status symbol, chi non ha un lavoro rischia di autoisolarsi; infatti il disoccupato potrebbe autoescludersi per paura di essere giudicato e non capito e col perdurare di tale situazione - ritenendosi inadatto e senza posto nella società, per la vergogna - potrebbe mettersi in una condizione che lo paralizza e gli impedisce di attivarsi nel mercato del lavoro, accentuando in tal modo, in un circolo vizioso, ancora di più la solitudine e la possibilità di costruire relazioni.


In relazione a quelle che sono le aspettative lavorative della comunità nella quale il soggetto vive, il disagio psicologico che deriva da una condizione occupazionale insoddisfacente mette a rischio l’identità personale e il suo quadro motivazionale, spingendo le persone a divenire mano a mano sempre più passive e sempre più permeate da un senso di vittimismo (percependo di subire un ingiusto torto da parte della società) e rendendo sempre più complicato il loro inserimento lavorativo, per via della perdita di fiducia in se stessi, nel sistema e nel futuro.

In sintesi i sentimenti di inadeguatezza ed isolamento con le loro ripercussioni sull’umore, che possono essere fonte di insorgenza di disturbi psicologici, si sommano così agli effetti dei problemi finanziari legati alla disoccupazione, problemi statisticamente correlati a stato di depressione e deterioramento della salute fisica.


Se è vero che le opportunità occupazionali in generale scontano i problemi determinati da nuovi modelli produttivi nelle attuali economie di mercato, questa difficoltà è maggiormente significativa in quei sistemi economici incapaci di fornire adeguata formazione professionale alla propria forza lavoro, di rispondere o meglio predire e programmare una formazione che corrisponda alle necessità della domanda di forza lavoro. Ma a fronte di questi “problemi di sistema”, esistono anche delle motivazioni strettamente personali che possono costituire un freno all’attivazione dei soggetti nel mercato del lavoro.



I motivi personali - delle difficoltà nel mercato del lavoro degli individui in età lavorativa - possano essere i più disparati; proviamo ad elencarne i principali:

  • i carichi familiari (per la cura di bambini, disabili, anziani) ostacolano gli sforzi profusi nel lavoro o nella ricerca di esso;

  • in altri casi si tratta di individui che versano in precarie condizioni personali di salute, non di rado queste cagionate da infortuni sul lavoro (e talvolta privi di copertura assicurativa, poiché verificatisi proprio durante un lavoro irregolare, l’unico che gli venisse offerto);

  • hanno delle difficoltà a ritrovare pienamente la propria strada, di recuperare le opportunità perse nella vita dopo un percorso riabilitativo;

  • ci sono donne che hanno sempre concepito la propria persona come una mera casalinga ma ora si ritrovano separate dal marito e prive di competenze lavorative;

  • oppure sono persone che hanno momentaneamente deciso di dedicare buona parte delle loro energie e delle loro giornate per intraprendere la strada della formazione, riqualificazione o istruzione così da poter cogliere migliori opportunità occupazionali;

  • oppure sono quasi giunte all’età della pensione e sono fisicamente e mentalmente demotivate;

  • altri hanno un umile lavoro che permette di percepire una paga purtroppo modesta ma essenziale per “tirare avanti” …....

  • e per finire c’è la grande onta nazionale dei giovani, ancora senza una qualifica e senza esperienza lavorativa.

Le condizioni personali sopra descritte possono determinare i seguenti punti di debolezza nella forza lavoro:

  • Problemi di tipo economico e finanziario, che spesso possono condurre le persone in un circolo vizioso della povertà, cioè un processo di “causazione cumulativa” che - senza aiuti esogeni - impedirebbe alle persone di riscattare la propria condizione;

  • Difficoltà a raggiungere fisicamente il potenziale luogo di lavoro, per motivi logistici o legati alle proprie relazioni personali;

  • Bassa o nulla qualificazione professionale, legata ai risultati conseguiti nel campo dell’istruzione e formazione;

  • Insoddisfacente realizzazione personale e scarsa identificazione rispetto al lavoro al quale realisticamente il soggetto può ambire, in base alle proprie competenze professionali acquisite.

Ora daremo un rapido sguardo agli strumenti pubblici messi in campo per consentire di far fronte alle difficoltà personali - qui analizzate e che si ripercuotono sul lavoro - determinate da:

  • PARZIALE INABILITÀ AL LAVORO. Riguardo a questo tema è centrale la normativa sul collocamento mirato per la determinazione delle attività che il disabile può svolgere e che sancisce gli obblighi, in capo al datore di lavoro, per l’assunzione di questa categoria di lavoratori iscritti nelle liste protette. Tali liste non sono diffusamente conosciute tra quella forza lavoro poco avvezza a frequentare i Centri Per l’Impiego; ci sono tre grandi categorie di lavoratori disabili (gli invalidi civili, ciechi civili e sordi civili / gli invalidi del lavoro / invalidi di guerra e per causa di servizio) e ognuna deve essere sottoposta ad un differente organo di accertamento, una commissione medica apposita per il collocamento mirato. Tra i numerosi utenti che in questi mesi si sono recati presso i servizi pubblici per l’impiego, sono emersi casi di persone che hanno confidato di non aver potuto avviare le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità per difficoltà economiche, non potendosi permettere le visite mediche a pagamento necessarie per la corretta ed esaustiva diagnosi e relativo certificato medico, necessari per l’inoltro della domanda di accertamento. Da sottolineare che il riconoscimento di un certo grado di invalidità (differente a seconda della categoria) darebbe inoltre all’invalido il diritto a percepire una prestazione economica.

  • CARICHI DI CURA. In questo il legislatore ha previsto una detassazione dei servizi di Welfare Aziendale (per l’assistenza a familiari anziani o non autosufficienti, per la frequenza non solo di asili nido, ma anche di altri servizi educativi, di ludoteche e di centri estivi); ma ci sono anche tutta una serie di aiuti pubblici ai neo-genitori, che vanno da quelli statali come il bonus nido, il bonus baby-sitter, i congedi retribuiti ed altre prestazioni invece meramente monetarie a favore dei lavoratori (detrazioni e assegni per familiari a carico) e delle neo-mamme (bonus mamma domani e bebè), per giungere infine agli aiuti riconosciuti invece su base locale, ma talvolta alternativi agli stessi messi in campo dall’INPS. Tutto questa giungla di prestazioni e relative istanze telematiche, ingenerano ovviamente una inevitabile confusione nei destinatari di queste forme di aiuto; per questo motivo sarebbe di particolare aiuto l’atteso Assegno Unico Universale, per famiglie con figli, che dovrebbe decorrere dal corrente anno. Anche per la cura di familiari portatori di handicap grave ci sono tutta una serie di strumenti che si intrecciano (alcuni statali, altri locali) per aiutare le famiglie a sostenere i costi dell’assistenza domiciliare; purtroppo solitamente si tratta di fondi sottodimensionati rispetto alle reali necessità di cura domiciliare. Diverse sono le misure dell’Assegno di Accompagnamento (attribuita direttamente a coloro che sono stati riconosciuti non autosufficienti e non vivono a carico del SSN) e quella del Caregiver, annunciata ma mai entrata in vigore come misura statale (fondi e gestione sono stati trasferiti alle Regioni), che prevede un sostegno diretto al familiare che si prende “non professionalmente” cura di un proprio congiunto. Anche in quest’ultimo caso, come in generale per molte delle misure richiamate in questo paragrafo, i fondi finanziari a disposizione sono poco più che simbolici; magari pure qui potrebbe essere d’aiuto accorpare tutto (che sia per portatori di handicap con connotazione di gravità o per persone non autosufficienti) in un’unica forma così come previsto per l’Assegno Unico Universale e calibrare l’aiuto sulla base della valutazione complessiva del quadro dei bisogni del soggetto da tutelare.

  • OSTICO INSERIMENTO/REINSERIMENTO LAVORATIVO. In riferimento ai servizi volti ad agevolare questo passaggio verso il mondo del lavoro, di particolare importanza sono i servizi di accompagnamento al lavoro e follow-up; a questo riguardo la misura dell’Assegno di Ricollocazione stenta a prendere piede in Italia. C’è da dire che questa misura - per poter incidere - richiede senz’altro un adeguato sviluppo dei servizi per la qualificazione e riqualificazione del personale, inevitabile passaggio intermedio per un'importante fetta delle persone in cerca di lavoro e passo essenziale affinché - attraverso il servizio del AdR - chi prende in carico quell’utente (non qualificato che si candida a lavorare) possa realisticamente puntare ad un proficuo risultato. Non si può però trascurare l’aspetto che non tutti i disoccupati ed inoccupati siano propensi/inclini a questo genere di attivazione volta alla ricerca di un lavoro, specialmente se trattasi di persone con una pluridecennale lontananza da percorsi di istruzione e formazione; per questi soggetti pare destinata al fallimento una strategia rigidamente focalizzata sul percorso anzidetto di conseguimento di una qualifica attraverso la frequenza di corsi formali di istruzione e formazione. Solitamente trattasi di soggetti che si definiscono pronti a lavorare ed a svolgere anche mansioni non qualificate, ma per i quali - una volta inseriti in un contesto produttivo – attraverso dei percorsi più pratici di “formazione permanente” si possa ambire ad incrementare le conoscenze, le competenze e la capacità tecnica di questi lavoratori. Va da sé che per ottenere questo risultato andrebbero inseriti in maniera organica e stabile in seno ad organizzazioni economiche, come ad esempio le già normate Società Cooperative Sociali, magari anche prevedendo nuove tipologie oltre alle due già esistenti; questo presuppone una forte volontà politica di più pesanti investimenti in questo genere di realtà economiche, seppure rivolte ad attività di pubblico interesse. Ultimo punto, più marginale dal punto di vista del numero dei potenziali interessati, è quello di coloro che vorrebbero lavorare in proprio, aprendo una piccola attività autonoma/imprenditoriale; i servizi pubblici dedicati all’assistenza all’auto-impiego sono poco conosciuti, così pure le attività svolte dagli incubatori d’impresa sono poco note.



A questo punto vediamo, sulle seguenti tematiche, come poter incidere positivamente sulle opportunità occupazionali.

In alcuni casi emerge la scarsa conoscenza di basilari servizi pubblici per il lavoro, determinata da una lontananza fisica - dagli uffici preposti - di questi soggetti; occorre adottare dunque un sistema che li conduca in quel luogo fisico in grado di orientarli a 360°. [PROBLEMA INFORMATIVO]

In altri casi ci sono questioni economiche che li penalizzano e che possono ledere il godimento di loro diritti (abbiamo visto per quanto riguarda l’accertamento sanitario, la mobilità sul territorio, la frequenza di corsi di formazione a pagamento); qui si potrebbe pensare ad un sistema tipo il “de minimis” (quello adottato per finanziare le imprese con denaro pubblico), cioè un patto che fornisca al lavoratore un aiuto economico (basato sulle esigenze specifiche del soggetto) in parte a fondo perduto. [PROBLEMA ECONOMICO]

Altri problemi derivano da una scarsa attenzione prestata alla formazione, alla crescita professionale della forza lavoro, da parte sia del tessuto produttivo (più attento alla questione del contenimento del costo del lavoro) che dalle istituzioni (più attente ad investire nella salvaguardia dei posti di lavoro esistenti, che su quest’altro aspetto che volge sempre in quella direzione ma in maniera più indiretta). Occorre invertire il flusso di aiuti dalla tutela del posto di lavoro alla tutela della professionalità del lavoratore. [QUESTIONE COMPETITIVITÀ]

Gli aiuti previsti in alcuni casi sono molteplici, ma avendo la stessa natura (talvolta erogati da enti differenti) spesso ai più sfuggono le diverse sfumature e fanno sorgere equivoci e dilemmi di compatibilità. Sarebbe opportuno che gli aiuti aventi medesima natura fossero gestiti da un unico ente attraverso una “domanda unica”. [QUESTIONE COMPLESSITÀ]

La Politica pone molto l’accento sulla condizionalità come leva per indurre le persone ad attivarsi nella ricerca del lavoro; ma è una questione tutta teorica, perché nella pratica questa condizionalità non viene mai fatta osservare, nonostante le previsioni normative. Di converso, dai contatti con l’utenza emerge la loro difficoltà a decifrare ed affrontare le incombenze amministrative, affiorano (anche per chi era già inserito in ambito lavorativo) gli sforzi inappagati ad intercettare opportunità lavorative in un contesto nazionale dove la ricerca di forza lavoro è - secondo tradizione - prevalentemente svolta tramite conoscenze personali, passaparola, post pubblicati sui social, avvisi nelle vetrine; inoltre viene a galla la fatica nel cercare di focalizzare i propri sforzi di ricerca e l’incapacità di raggiungere una consapevolezza delle proprie carenze ma anche delle potenzialità proprie e quelle del mercato del lavoro, delle opportunità di formazione e riqualificazione. In queste persone (che versano in una condizione di svantaggio, determinata dalla propria inoccupazione o sottoccupazione) emerge la necessità di una figura di sostegno sulla quale riporre fiducia; una figura professionale che funzioni da sprone, foss’anche per il semplice motivo che avvertono come ci sia un’altra persona che si interessa e si informa sul proprio percorso e futuro professionale. [QUESTIONE PSICOLOGICA]




E perché bisogna valutare attentamente le politiche di attivazione messe in campo?


Vediamo alcune possibili fragilità nei modelli di Politiche Attive del Lavoro:

  • Conflittualità tra le istituzioni coinvolte;

  • Funzioni affidate a strutture diverse senza alcun raccordo;

  • Scarso coinvolgimento pubblico dei vari operatori privati attivi nel mercato del lavoro;

  • Forte accentramento ma solo formale, che produce a livello locale un “mondo sommerso” non monitorabile;

  • Organizzazione basata su un metodo eccessivamente burocratico, che penalizza l’emersione di competenze professionali specifiche;

  • Interventi a “pioggia” che rischiano di interessare categorie sulle quali la misura attivata sarebbe inefficace.



Le sopra evidenziate fragilità fanno emergere alcuni "bisogni":

  • la necessità di avere centri operativi periferici integralmente coinvolti nelle varie attività programmate e monitorate dal centro decisionale (intesi come attori pienamente partecipi a tutto campo nell’operatività e capaci sul campo di interagire con gli altri attori attivi nel Mercato del Lavoro) e non dei meri esecutori burocratici;

  • la necessità di mettere in campo delle misure efficaci non può che richiedere la collaborazione e l’identità di vedute con gli operatori del settore, al fine di allontanare possibili elementi di conflittualità;

  • la necessità di identificare le esatte funzioni di ciascun attore, sia pubblico che privato, per evitare aree di commistione (con reiterazione di attività già svolte da altri uffici) e conflitto di competenza;

  • la necessità di un sistema di servizi per il lavoro selettivo e dimensionato sulla base delle caratteristiche dell’utenza destinataria.



Dopo aver parlato dei possibili elementi di fragilità nelle politiche attive del lavoro, ora parleremo della principale politica di attivazione di massa attualmente in vigore in Italia, la misura del Reddito di Cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza viene riconosciuto ai nuclei familiari in difficoltà in possesso di una serie di requisiti reddituali, patrimoniali, di residenza e per i quali il richiedente non sia stato sottoposto a misure cautelari o sia stato condannato nei dieci anni precedenti per reati indicati dalla normativa RdC stessa. L’aiuto previsto è duplice: c’è un sussidio economico (costituito sia da un importo parametrato sulla base dei requisiti anagrafici della famiglia che da un altro importo basato sull’eventuale costo mensile sostenuto per la rata del mutuo o il canone d’affitto dell’abitazione principale) e ci sono dei servizi, che rappresentano la vera novità per quanto riguarda gli interventi di contrasto alla povertà.

A monte del sistema, istituito per questi servizi legati al RdC, vi è uno smistamento - da parte dell'INPS - dei percettori tra due tipologie di funzione: quella di inclusione (svolta dai servizi sociali comunali) e quella di attivazione lavorativa (svolta dai Centri per l’Impiego, in questo caso sulla base della residenza dell’utente). I CPI in Italia hanno un indirizzo e coordinamento su base regionale, in quanto la parte operativa delle Politiche Attive del Lavoro ricade nella competenza delle Regioni; per cui tutti i servizi attualmente offerti o promossi all’utenza rientrano nello stretto perimetro regionale.

Da subito si è dibattuto se il riconoscimento di un siffatto aiuto economico non costituisse un disincentivo al lavoro; a questo proposito visto le somme generalmente riconosciute ai nuclei familiari beneficiari si può escludere che possa costituire un disincentivo a cercare un lavoro a tempo pieno o comunque tale da garantire una certa sicurezza economica. Probabilmente il disincentivo può invece giocare un ruolo verso i cosiddetti lavoretti (regolari o meno) saltuari o di